Il 29 marzo 2019 il Regno Unito, in virtù della Brexit, sarà definitivamente fuori dall’Unione Europea. A sei mesi dall’uscita un punto d’incontro fra governo britannico e Bruxelles non è ancora stato trovato ed in molti cominciano a considerare sempre più possibile l’ipotesi di un cosiddetto “no deal”, vale a dire una chiusura delle trattative senza accordo. “Una prospettiva di questo genere – spiega Neri Camici di Geneve Invest – sarebbe uno shock ancora più pesante di quello già vissuto dai mercati nel giugno 2016, quando la Gran Bretagna votò per distaccarsi dall’Unione Europea, e le Borse registrerebbero grandi manovre su valute, azioni e obbligazioni. Innanzitutto – continuano da Ginevra gli esperti di Geneve Invest, società indipendente di gestione patrimoniale – la sterlina britannica soffrirebbe un crollo verticale, almeno a giudicare dall’andamento che il pound ha tenuto nel corso degli ultimi 18 mesi: ogni volta che si intravede la possibilità di una Brexit più controllata, la moneta inglese sale di valore; al contrario, ad ogni accelerazione per un “no deal”, corrispondono perdite di punti molto consistenti. La sensazione – chiudono il ragionamento da Geneve Invest – è che, continuando con questo ritmo, la sterlina scenderà di oltre il 10% dai livelli attuali nei prossimi mesi, arrivando, secondo le stime non solo nostre, ma di tutti gli analisti internazionali più importanti, sino a un minimo di $ 1,15 entro la fine di marzo: non dimentichiamo che il giorno dopo il referendum, nel 2016, la sterlina perse addirittura l’8% nei confronti del dollaro.”

A partire da queste valutazioni, non è difficile immaginare come l’FTSE 100, l’indice azionario delle 100 società più capitalizzate quotate al London Stock Exchange, che gode di una relazione inversa rispetto alle prestazioni della valuta, aumenterebbe a livelli record. Una sterlina debole significa un mercato azionario forte, dal momento che l’indice FTSE 100 è sbilanciato verso aziende che operano in verità fuori dal contesto monetario britannico: compagnie petrolifere e giganti farmaceutici, ad esempio, compongono circa i due terzi di tutti i ricavi delle società incluse nell’indice e che ricevono ricavi dall’estero. “Secondo le stime più credibili – spiegano ancora dalla società di gestione patrimoniale Geneve Invest – l’FTSE 100 potrebbe facilmente andare ben oltre la barriera degli 8.000 punti in caso di Brexit no-deal, con un rialzo compreso fra il 5 e il 10% rispetto alle medie dei primi nove mesi del 2018”.

Più complessa l’analisi per quanto riguarda il mercato obbligazionario. Il rendimento dei titoli di stato inglesi potrebbe infatti scendere sino allo 0%, una percentuale legata non tanto alla percezione delle obbligazioni britanniche come sicure, ma alle mosse cui sarebbe costretta la Banca d’Inghilterra. “Dopo aver aumentato i tassi di interesse due volte da novembre 2017, raggiungendo lo 0,75%, – spiega in chiusura Neri Camici di Geneve Invest – l’istituto potrebbe infatti trovarsi nella situazione di dover tagliare i tassi allo 0%, oltre a programmare almeno 100 miliardi di sterline di investimenti in quantitative easing, per mantenere il sistema in equilibrio, il che, appunto, farebbe crollare i rendimenti dei gilt, le obbligazioni di stato.”

La speranza, inevitabilmente, è che Theresa May riesca a trovare un accordo e non ceda all’ala forte del partito conservatore, sempre più decisa a rischiare il tutto per tutto e ad uscire dall’Unione Europea sbattendo la porta.

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