Ci sono tante considerazioni da fare, in questi giorni, a proposito della produzione di petrolio. Nonostante il clamore suscitato dall’attacco statunitense in Venezuela, culminato con la cattura del Presidente Nicolás Maduro, la potente coalizione di produttori di petrolio Opec+ (che include la Russia) ha reagito con una sorprendente calma. Riunitasi d’urgenza, l’alleanza ha preso una decisione netta: quote di produzione invariate. Un segnale che, in un mercato solitamente ipersensibile alla geopolitica, rivela quanto l’influenza del Venezuela sia ormai marginale.

Svolta sulla produzione di petrolio?
Il Venezuela detiene una ricchezza inestimabile: circa un quinto delle riserve mondiali verificate di petrolio. In condizioni normali, un’instabilità così profonda in un Paese con tali giacimenti avrebbe fatto schizzare i prezzi alle stelle. Eppure, il mercato è rimasto indifferente, con il prezzo del Brent in lieve calo, attestandosi attorno ai 60 dollari al barile.
Le ragioni di questa freddezza sono fondamentalmente tre e spiegano perché il “tesoro” venezuelano è, al momento, un’arma spuntata:
Produzione istanutita. Nonostante le immense riserve (20% del totale globale), anni di crisi politica, dittatura e infrastrutture fatiscenti hanno ridotto la produzione venezuelana all’osso, contribuendo a malapena all’1% dell’offerta globale.
Isolamento geopolitico ed embargo. Il Paese è sotto sanzioni internazionali e il suo petrolio è venduto prevalentemente su mercati secondari o attraverso una “flotta ombra” di petroliere, spesso a prezzi fortemente scontati. La sua esclusione dai circuiti ufficiali rende l’eventuale interruzione della produzione un non-evento per i grandi mercati.
Qualità del greggio. Il petrolio venezuelano è notoriamente “pesante” e complesso da raffinare. La maggior parte delle raffinerie moderne è ottimizzata per greggi più leggeri e dolci, come il Brent o il WTI americano, rendendo il prodotto sudamericano meno integrato nelle catene di approvvigionamento globali.
Mentre il Venezuela non scuote il mercato esterno, la decisione di Opec+ di mantenere le quote invariate acuisce le tensioni interne al cartello. L’alleanza, responsabile di circa il 50% della produzione globale, è da tempo lacerata dalle richieste di alcuni membri, come gli Emirati Arabi Uniti e il Qatar, che premono per aumentare i volumi estratti e recuperare margini di guadagno ridotti dai prezzi del greggio relativamente bassi. La cautela della leadership, dunque, prevale sulla volontà di espansione di alcuni membri.
L’Italia, che utilizza il Brent come riferimento, può tirare un sospiro di sollievo. La crisi venezuelana non sta avendo ripercussioni dirette sui prezzi dei carburanti. Anche il colosso energetico italiano Eni ha confermato di non essere stata colpita dai disordini. È importante sottolineare, tuttavia, che le operazioni di Eni in Venezuela si concentrano esclusivamente sul gas e non sul petrolio, riducendo l’esposizione diretta all’attuale crisi. Vedremo come andrà la produzione di petrolio adesso.