Il reato della doppia vendita

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 Per evadere le tasse, un imprenditore, ha usato fatture relative ad operazioni inesistenti, ma il reato collegato alla doppia vendita di uno stesso bene, è stato scovato dall’Agenzia delle Entrate. Adesso esiste anche una sentenza della Corte di Cassazione a riguardo.

Si tratta della sentenza numero 16764 del 12 aprile 2013 in cui è stato accusato ufficialmente l’imprenditore in questione per dichiarazione fraudolenta. Il reato si è configurato nel momento in cui il contribuente ha venduto i beni “lavati”, cioè ha ceduto a delle società intermediarie di comodo dei beni senza l’addebito dell’IVA per poi rivendere gli stessi beni ai clienti effettivi con prezzi più bassi di quelli in vigore nel mercato di riferimento.

Smascherata la frode che coinvolgeva la colf

Come per ogni sentenza, anche in questo caso c’è un fatto alla base del pronunciamento. La Corte d’Appello aveva condannato il rappresentante legate di una società che si occupava di commercio di prodotti di telefonia mobile, dichiarandola colpevole di dichiarazione fraudolenta.

Le buste paga gonfiate sono fraudolente

L’imprenditore condannato aveva fatto ricorso in cassazione spiegando che per il reato contestato non aveva alcuna responsabilità. I porporati, invece, hanno dichiarato infondato il ricorso e hanno condannato l’imprenditore alla pena minima prevista dalla normativa.

Nel pronunciamento è evidente che c’è un’implicita condanna alle società cartiere, alle società di comodo interposte nelle normali attività commerciali.

 

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