Arrivano i dati dell’ultimo trimestre riguardanti il bilancio ‘demografico’ delle imprese. Durante i mesi estivi 56.382 attività hanno chiuso i battenti dichiarando fallimento.

In compenso, sono nate 72.833 nuove imprese. Il saldo, dunque, termina in attivo. Sono più di sedicimila le nuove unità aperte. Quasi quattromila in più in confronto allo stesso periodo di riferimento del 2013.
Ciò non toglie che siamo dinanzi ad un boom di fallimenti, dal momento che il tasso di crescita è soltanto dello 0,3%, e pertanto si tratta del risultato più basso di iscrizioni in termini di volume dal 2005 ad oggi. Uno dei volumi di cessazioni più contenuti degli ultimi dieci anni. Solo nel 2010 è stato fatto peggio.
I dati, diffusi da Unioncaere, sono stati erogati da Movimprese. L’analisi della mortalità e della natalità, sulla base delle rilevazioni condotte da InfoCamere partendo dai risultati contenuti nel Registro delle Imprese delle Camere di Commercio, rileva che la corsa al rialzo dei fallimenti e il ridimensionamento del comparto artigiano continuano. Su quest’ultimo fronte, per il terzo trimestre consecutivo, si registra un saldo negativo tra aperture e chiusure, causato in particolar modo dall’eccessiva diminuzione delle iscrizioni.
Durante i primi nove mesi dell’anno, infatti, sono più di diecimila i fallimenti registrati: si tratta del 19% in più in confronto al dato, già molto alto, rilevato durante lo stesso periodo nello scorso anno.
Unioncamere ha commentato così i dati:
I dati provenienti dal Registro delle imprese indicano il persistere di una fase di stagnazione che sta colpendo il nostro sistema produttivo frenando la spinta a fare impresa e facendo aumentare le attività economiche che portano i libri in Tribunale. Il tema chiave, per dare nuove gambe allo sviluppo, è creare le condizioni per far ripartire il mercato interno, dal cui rallentamento dipendono le sorti di tante nostre imprese, e sostenere il coraggio e le aspirazioni di tante persone, soprattutto giovani, che vorrebbero mettersi in proprio. Per questo, occorre puntare con decisione sulle politiche attive per il lavoro, per far sì che le energie imprenditoriali del Paese possano tradursi in nuove iniziative economiche.

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