La Brexit? Un ‘fulmine a ciel sereno’. L’inattesa decisione dei britannici di uscire dall’Unione europea ha avuto come conseguenza finanziaria del brevissimo termine una serie di cadute delle Borse alternate a giornate positive e particolari.

Per chi si attendeva un tracollo generalizzato dei mercati, le prime due giornate di contrattazioni (venerdì 24 e lunedì 27 giugno) post-urne sembravano aprire a una crisi di proporzioni bibliche. Ma nei successivi quattro giorni la maggior parte dei listini si è rimessa in corsa, aggrappandosi con tutte le forze ai messaggi non troppo velati lanciati dalla Banche centrali: quella inglese pronta a nuovi stimoli, quella giapponese in scia, la Bce tirata per la giacchetta dalle indiscrezioni di ampliamento del Qe e la Fed sempre più lontana dal cambiare il piumaggio da colomba a falco per alzare i tassi d’interesse.

Come fanno notare le agenzie di stampa, alla fine il messaggio lanciato dai mercati è che – con la promessa di altra liquidità facile dai governatori – sono tutti vincitori: materie prime, azioni e titoli di Stato sono risaliti all’unisono in un movimento sincronizzato anomalo. E’ raro, infatti, che un solo evento spinga tutte le categorie di strumenti d’investimento in una stessa direzione, sia essa l’alto o il basso. Tanto più se si considera che, nonostante gli Usa abbiano mostrato nuovi segnali di vitalità economica, con le azioni riproiettate verso i massimi storici, i titoli di Stato americani hanno registrato un continuo calo dei rendimenti. Il tutto, in un panorama che vede circa 12mila miliardi di dollari di titoli governativi a rendimento sotto-zero.

 

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