Stando a quanto riportato dal Wall Street Journal, l’Arabia Saudita ritiene che il petrolio potrebbe attestarsi sui sessanta dollari al barile. Non ci sono obiettivi di prezzo a Riad, ma il Paese pensa che le quotazioni scenderanno ancora di dieci dollari e si stabilizzeranno su quei livelli.

A ciò si aggiunga quanto si evince da un sondaggio effettuato da Bloomberg: la compagnia petrolifera statale di Riad Aramco potrebbe scontare il prezzo del greggio venduto in Asia e secondo la raffineria giapponese Cosmo Oil, esso si attesterebbe a 2 dollari al di sotto quello venduto dai concorrenti di Oman e Dubai. Al momento, il petrolio saudita viene venduto a soli 10 centesimi inferiori a quello dei due paesi del Golfo, mentre a novembre lo sconto era di 1,05 dollari.

In altre termini, quella messa in piedi dall’Arabia Saudita sarebbe una strategia piuttosto aggressiva al fine di conservare le quote di mercato dalla minaccia dello “shale oil” americano. Durante lo scorso giovedì Riad a Vienna ha impedito che l’OPEC tagliasse la produzione e insieme agli altri stati del Golfo ha capeggiato la fronda dei contrari, affermando che il mercato petrolifero dovrà stabilizzarsi da solo, mediante movimenti dei prezzi.

A novembre, l’Arabia Saudita ha erogato 9,7 milioni di barili al giorno, confermandosi il secondo produttore mondiale dopo la Russia (10,75 milioni al giorno) e il primo tra i paesi del cartello OPEC, che a sua volta ha lasciato invariato a 30 milioni di barili al giorno l’obiettivo della produzione complessiva dei 12 paesi membri, oggi responsabili del 40% di quella mondiale.

L’obiettivo del Regno Saudita è di impedire che gli USA si trasformino in un paese esportatore di greggio, a discapito delle sue quote di mercato. La guerra dei prezzi potrebbe condurre a 1,3 milioni di barili al giorno l’eccesso di offerta da qui ai prossimi mesi, stando agli analisti.

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