I Paesi produttori di petrolio, sia del cartello Opec che esterni ad esso, non hanno trovato un’intesa per congelare la produzione e stabilizzare i prezzi.

Le quotazioni del greggio reagiscono calando, con l’effetto di far sbandare inizialmente i mercati azionari. Successivamente, però, le Piazze si assestano e anche Milano tiene testa con il recupero del settore bancario.

Lo stop alla crescita delle estrazioni era il minimo sindacale atteso dal vertice che si è tenuto nella giornata di domenica a Doha: sarebbe stato un segnale politico, perché dal punto di vista tecnico gli analisti erano unanimi nel sostenere che il congelamento non sarebbe bastato per ottenere un rialzo dei prezzi, per il quale sarebbe servito un taglio. Eppure neppure il risultato minimo è stato raggiunto e il mercato non poteva che prendere atto della tensione Arabia-Iran e della mancanza di coordinamento tra i colossi del greggio: l’oro nero ha segnato il maggior ribasso da due mesi, le valute dei Paesi esportatori si sono indebolite e i mercati azionari ne hanno risentito di conseguenza. D’altra parte, come mostra il grafico, la correlazione tra azioni e petrolio è stata fortissima negli ultimi tempi e proprio l’ottimismo in vista di Doha (poi deluso) aveva innescato un recupero dei mercati globali. Per provare a tamponare la falla, il ministro dell’Energia russo, Alexander Novak, ha precisato oggi che un futuro accordo sul congelamento della produzione di petrolio “è ancora possibile, ci aspettiamo che possa essere raggiunto”.

I prezzi del petrolio sono dunque in calo sui mercati: il greggio Wti arriva a perdere il 7%, salvo poi limitare il contraccolpo e trattare sulla soglia di 39 dollari al barile.

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