Non è un caso che ci siano tutte queste maxisanzioni, negli ultimi tempi. Come ad esempio quella della scorsa settimana pari 5,6 miliardi di dollari.

 

La multa è stata inflitta dal Dipartimento di Giustizia americano a cinque banche, ree confesse: manipolavano nientemeno che il mercato dei cambi, uno dei più grandi per volumi d’affari, dove ogni giorno avvengono transazioni per oltre 5.000 miliardi. Avevano formato The Cartel, proprio così, si auto-definivano spudoratamente un cartello oligopolistico, nelle chatroom in cui i trader orchestravano movimenti sulle valute. JP Morgan Chase, Citigroup, Barclays, Royal Bank of Scotland, le più grandi d’America e d’Inghilterra, più la svizzera Ubs (che ha avuto uno sconto di pena per aver “spifferato” per prima le dritte giuste agli inquirenti) erano i membri del club banditesco. Ma non c’è da farsi illusioni. Queste multe non cambiano nulla.

D’altro canto sono solo l’ultima rata di un conto che all’apparenza sembra pesante: 60 miliardi di sanzioni pecuniarie inflitte solo nell’ultimo biennio dal Dipartimento di Giustizia e da altre authority di vigilanza americane. Per reati connessi al mercato dei mutui, ai tassi d’interesse, alle transazioni di Borsa. Sessanta miliardi sembrano un conto da far tremare, di che rieducare un’intera casta di banchieri. Invece no. Il punto debole sta proprio in quella definizione: “sanzioni pecuniarie”. Chi le paga? Non i banchieri ma le banche.

Che poi spalmano il costo delle multe nei loro bilanci. A pagare sono gli azionisti, e poi in ultima istanza i clienti attraverso rialzi di commissioni, tariffe, balzelli e prelievi vari. È già successo, per esempio dopo il maxi-scandalo della manipolazione del tasso Libor.

 

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