L’impatto dello shock energetico dovuto alla guerra nel Golfo Persico nel 2026

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Il panorama economico globale sta attraversando una fase di profonda turbolenza, evocando fantasmi del passato che sembravano confinati ai libri di storia. Se la guerra del Kippur nel 1973 rappresentò il primo grande shock energetico moderno (con un picco dei prezzi del 187% nel 1974), l’attuale instabilità nel Golfo Persico sta innescando quello che molti analisti definiscono un “secondo terremoto”. Secondo il 37° report di Confartigianato, i rincari energetici di marzo hanno già segnato un +41,6%, mettendo a dura prova la tenuta delle imprese.

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L’impatto sui costi e l’emergenza logistica: occhio al nuovo shock energetico

La crisi si manifesta con aumenti a doppia cifra in settori strategici: il gas è cresciuto del 45,6%, seguito dall’elettricità all’ingrosso (+20,6%) e dal gasolio (+18,1%). L’Italia ha cercato di mitigare l’impatto alla pompa tramite il taglio delle accise, una leva fiscale condivisa con Spagna e Irlanda, ma la vulnerabilità strutturale rimane alta. Le preoccupazioni principali riguardano due fattori critici:

Lo Stretto di Hormuz: un corridoio vitale per il 25,7% dei prodotti raffinati importati dall’Italia.

La dipendenza dal GNL: importiamo l’11,6% di gas naturale liquido dal Qatar. Sostituirlo richiederebbe un incremento forzato degli stock dai fornitori alternativi (USA, Algeria, Azerbaigian) pari al 16,2%.

Oltre l’energia: materie prime e catene del valore

Il conflitto non colpisce solo i serbatoi, ma l’intera filiera manifatturiera. Il blocco o il rincaro dei transiti nel Golfo ha fatto impennare i prezzi di metalli e minerali del 23%. Particolarmente critica è la situazione dell’alluminio (di cui il 13,7% proviene dal Golfo) e dei componenti per semiconduttori come elio e bromo. Anche l’agricoltura soffre: l’urea, fertilizzante essenziale, ha subito rincari vicini al 54%.

Esiste inoltre un effetto domino indiretto: Cina e India, poli produttivi mondiali, subiscono i costi energetici di Hormuz e riversano tali aumenti sui prodotti finiti esportati verso l’Italia, specialmente nel settore chimico e metallurgico.

Prospettive: una “gemma” esposta al gelo

Nonostante un inizio di 2026 incoraggiante — con la meccanica a +2,2% e l’automotive in ripresa del 17,8% — l’ombra della stagflazione incombe. Se le ostilità dovessero protrarsi, Bankitalia ipotizza uno scenario con PIL a -0,6% e inflazione al 3,3%.

A pesare sul futuro prossimo concorrono anche la fine del supporto del PNRR nel 2027 e i dazi statunitensi. Tuttavia, il sistema Italia dimostra una resilienza inaspettata: dal 2022 a oggi, l’occupazione è cresciuta di 1,2 milioni di unità, segnale di una fiducia del tessuto imprenditoriale che resiste nonostante i “venti di guerra”. Di sicuro, l’attuale shock energetico che stiamo vivendo è un fenomeno che dobbiamo monitorare con grande attenzione, sperando che la situazione rientri prima possibile.