A partire dallo sblocco delle pensioni fino all’adeguamento dei contratti per la pubblica amministrazione, sono molti i temi da discutere.

 

Così, dalla Corte Costituzionale potrebbe arrivare un’altro conto pesante per le casse dello Stato. Secondo una memoria dell’Avvocatura dello Stato “l’onere” della “contrattazione di livello nazionale, per il periodo 2010-2015, relativo a tutto il personale pubblico, non potrebbe essere inferiore a 35 miliardi”, con “effetto strutturale di circa 13 miliardi” annui dal 2016.

La situazione è delicata perché i contratti dei dipendenti pubblici della Pa sono bloccati dal 2010, l’adeguamento sarebbe dovuto ripartire nel 2017, ma sul costo dell’operazione c’è parecchia incertezza. Il congelamento scattato cinque anni è costato già oltre 600 euro, ma l’ultima rilevazione dell’Istat in materia si ferma alla fine del 2013: il conto rischia quindi di essere ancora più salato. D’altra parte, l’alleggerimento della busta paga si spiega sia con il congelamento dei rinnovi contrattuali e lo stop alle maturazioni stipendiali, come gli scatti, sia con il freno al turnover.

La partita ora si sposta alla Consulta dove è in calendario – il prossimo 23 giugno – un’udienza che valuterà la questione di legittimità costituzionale sul blocco della contrattazione nel pubblico impiego. L’Avvocatura generale dello Stato precisa che “i rilevanti effetti finanziari derivanti dall’intervento normativo che si esamina sono evidenti. Ed infatti – prosegue – l’onere conseguente alla contrattazione di livello nazionale, per il periodo 2010-2015, relativo a tutto il personale pubblico, non potrebbe essere inferiore a 35 miliardi di euro, con un effetto strutturale di circa 13 miliardi di euro, a decorrere dal 2016”.

L’avvocato dello Stato chiede quindi alla Corte costituzionale di considerare l’impatto economico della contrattazione: “Di tali effetti non si può non tenere conto a seguito della riforma costituzionale” che “ha riscritto l’art. 81 Cost, a partire dalla disposizione del nuovo comma 1, secondo la quale lo Stato assicura l’equilibrio fra le entrate e le spese del proprio bilancio, tenendo conto delle fasi avverse e delle fasi favorevoli del ciclo economico”.

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