Occorre analizzare oggi stesso il crollo del dollaro, coi possibili effetti a medio termine che dobbiamo registrare a febbraio 2026. L’intervento di Donald Trump durante una tappa in Iowa ha innescato una tempesta perfetta sui mercati valutari. Con una sintesi brutale โ ยซPenso sia fantasticoยป โ il Presidente ha accolto con favore l’indebolimento del dollaro, trasformando una flessione tecnica in un caso politico di portata mondiale. Per Washington, la svalutazione non รจ piรน un segnale di crisi, ma uno strumento strategico per favorire il business e l’export.

Il tracollo dei mercati e crollo del dollaro
La reazione degli investitori รจ stata immediata e quasi violenta. Le parole della Casa Bianca, interpretate come il definitivo abbandono della “politica del dollaro forte”, hanno spinto la valuta verso i minimi dall’inizio del 2022. In una sola giornata, il biglietto verde ha perso oltre l’1%, cedendo terreno contro tutte le principali divise mondiali e portando il passivo settimanale a oltre il 2,5%.
Mentre gli indici di riferimento (Bloomberg e WSJ Dollar Index) toccavano i livelli piรน bassi degli ultimi anni, il mercato ha cercato rifugio nei beni reali: l’oro ha segnato record storici, superando i 5.250 dollari l’oncia. Questo spostamento di capitali evidenzia una crescente sfiducia verso le valute fiat, con i trader che corrono ad acquistare coperture assicurative contro ulteriori ribassi del dollaro.
Il tramonto dell’eccezionalismo americano
Il disinteresse di Trump per la stabilitร del cambio si inserisce in un quadro macroeconomico giร precario. Gli analisti leggono in questo atteggiamento la fine dell'”eccezionalismo americano”, quel periodo post-pandemico in cui la crescita degli Stati Uniti superava nettamente quella dei partner globali. Oggi, con l’Europa e l’Asia in recupero, i differenziali di crescita si assottigliano e il primato economico di Washington appare meno inevitabile. A minare la fiducia degli investitori concorrono diversi fattori interni:
Pressioni sulla Federal Reserve: la retorica presidenziale contro i tassi d’interesse elevati.
Squilibri fiscali: un debito federale prossimo ai 40 mila miliardi di dollari, alimentato da promesse di nuovi tagli alle tasse.
Geopolitica erratica: una politica estera basata su dazi e dichiarazioni imprevedibili che irrita gli alleati storici.
In definitiva, se chi dovrebbe difendere la valuta nazionale se ne dichiara indifferente, il mercato ne deduce che il rischio associato agli asset americani debba essere prezzato piรน caro. Il dollaro non รจ piรน l’ancora intoccabile del sistema finanziario, ma una variabile sacrificabile sull’altare della politica interna. Vedremo se ci sarร o meno un’immediata inversione di tendenza dopo il recente crollo del dollaro.