La svolta in Norvegia puntando tutto su petrolio e gas nel 2026

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Stiamo assistendo in questo periodo ad una svolta in Norvegia, puntando tutto su petrolio e gas. Mentre l’Unione Europea accelera il passo verso la decarbonizzazione, la Norvegia sceglie una direzione diametralmente opposta, riaffermando il proprio ruolo di gigante degli idrocarburi. Il governo di Oslo ha infatti confermato una strategia di espansione estrattiva che non prevede lo smantellamento delle piattaforme, bensì il loro potenziamento.

Come dichiarato dal Ministro dell’Energia Terje Aasland, l’obiettivo è “sviluppare, non smantellare”, garantendo stabilità a un settore che rimane la colonna vertebrale dell’economia nazionale.

Norvegia

Il ritorno al passato nel Mare del Nord: Norvegia oggi sempre più tra petrolio e gas

Il segno più tangibile di questa politica è la riapertura dei giacimenti di Albuskjell, Vest Ekofisk e Tommeliten Gamma. Chiusi dal 1998, questi siti torneranno operativi entro il 2028 per colmare il vuoto energetico lasciato dal conflitto in Ucraina. La Norvegia, che già fornisce un terzo del gas europeo, mira a mantenere la produzione sopra i 2 milioni di barili al giorno, portando il numero dei campi attivi a oltre cento nei prossimi due anni.

Nuove frontiere e investimenti record per la Norvegia di recente

L’espansione non riguarda solo i vecchi siti. Il focus si sta spostando verso l’Artico, nel Mare di Barents, e verso l’esplorazione mineraria dei fondali tra la Norvegia e la Groenlandia. Equinor, il colosso energetico controllato dallo Stato, ha pianificato investimenti annuali da 6 miliardi di dollari per potenziare infrastrutture e trivellazioni, puntando a superare i livelli produttivi del 2020.

Economia e Stato sociale

Alla base di queste scelte non c’è solo la geopolitica, ma un solido calcolo interno che potrebbe portare ad una svolta per la Norvegia:

Occupazione: il settore garantisce lavoro a circa 210.000 persone.

Fondo sovrano: grazie a una tassazione del 78% sulle compagnie petrolifere, Oslo alimenta un fondo da 1.500 miliardi di sterline, assicurando benessere alle generazioni future.

Dividendi: solo quest’anno, lo Stato incasserà circa 2 miliardi di sterline dalla sua partecipazione in Equinor.

Il fronte del dissenso

Questa “linea dura” dell’estrattivismo ha sollevato feroci polemiche. Se da un lato il Regno Unito blocca nuove licenze, la Norvegia procede ignorando i pareri contrari della propria Agenzia per l’Ambiente. Le opposizioni, guidate dal Partito Socialista di Sinistra, accusano il governo di greenwashing, sostenendo che parlare di “estrazione responsabile” sia un ossimoro che mette a rischio ecosistemi vulnerabili in nome del profitto.

Nonostante le critiche, Oslo tira dritto: per il governo norvegese, la stabilità dell’Europa passa ancora inevitabilmente attraverso le sue trivelle.