Il più grave problema dell’Italia, in questo ultimo periodo, è quello della disoccupazione. I giovani, e non solo, che non hanno un lavoro hanno raggiunto quota tre milioni.

Ci sono delle soluzioni pratiche ed efficaci a questo problema? Secondo alcuni esperti interrogati da Il Sole 24 Ore le soluzioni esistono e sono la formazione, l’aumento della produttività del lavoro e un maggiore flessibilità.

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Le prime due soluzioni sono state avanzate da Vincenzo Spiezia, ricercatore dell’Istituto studi internazionali del lavoro dell’Ilo di Ginevra, secondo il quale il problema della disoccupazione non è solo italiano, ma riguarda tutti i paesi europei e si origina, principalmente, dalla debolezza del settore manifatturiero, che ha diminuito la sua capacità produttive e, di conseguenza, la sua concorrenzialità rispetto agli altri paesi. Per questo, ciò che andrebbe fatto, nell’immediato, sono investimenti reali nel capitale umano e un abbattimento importante dei costi del lavoro per le aziende.

La flessibilità su base territoriale, invece, è la proposta di Giuseppe Ragusa, economista del lavoro e docente di econometria alla Luiss di Roma, che divide i problemi congiunturali (la crisi degli ultimi anni) da quelli strutturali (la rigidità delle mansioni all’interno delle aziende italiane). In quest’ottica, quindi, ciò che veramente serve per rilanciare il mercato del lavoro e cercare di abbattere questo muro di disoccupazione è una maggiore flessibilità dei contratti su base territoriale, correlata alla produttività:

il modello virtuoso tedesco a cui tanti fanno riferimento nasce dalle proposte della Commissione Hartz, che hanno lasciato ampi margini alla contrattazione territoriale e hanno permesso una riduzione salariale nell’area meno produttiva del paese, che era la Germania dell’Est.

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