Obama preoccupato per il rischio default

 Ancora giorni difficili per Barack Obama. Il suo secondo mandato si sta preannunciando molto più difficile del primo e il presidente sta cercando, mettendo mano a tutti i suoi poteri, di arrivare il prima possibile ad un accordo per alzare il tetto del debito americano.

► Bernanke interviene su tetto del debito americano

Non c’è tempo da perdere per Barack Obama. Se il tetto non viene alzato l’economia americana correrà ben più del solo rischio default: potrebbe crollare sotto il peso delle spese che non potranno essere sostenute. Il presidente ha pronunciato parole dure, nel tentativo di spronare i membri della Camera – la cui maggioranza è repubblicana – a trovare un punto di incontro, al massimo entro febbraio.

Se questo non accadrà, a farne le spese saranno i pensionati, che non riceveranno il loro assegno mensile, e i militari, i quanto i tagli alla Difesa impedirebbero, di fatto, di elargire lo stipendio. Obama è deciso a non far accadere nulla di tutto questo e ammonisce:

I pensionati non avrebbero l’assegno mensile e i militari lo stipendio, se vogliono assumersene la responsabilità (i repubblicani), facciano pure.

► Cosa succede se il tetto del debito americano non verrà alzato

Il momento è difficile e quello che potrebbe accadere se non si arriva all’accordo è un vero e proprio disastro. Ma la battaglia si prospetta lunga, anche se non è solo Obama a chiedere di stringere i tempi. Insieme a lui Ben Bernanke, presidente della FED, e Tim Geithner, il Ministro del Tesoro.

 

 

 

Per il dollaro oggi c’è appuntamento con Bernanke

 Il mercato valutario, ogni giorno, è mosso sa una serie di elementi, di pubblicazioni, dichiarazioni o eventi che prendono il nome di market mover. Quelli che in un giorno sono più interessanti da monitorare, riguardano specificatamente dollaro ed euro.

Un po’ di calma sul mercato valutario

Partiamo dalla moneta americana per scoprire che il market mover di oggi è un discorso del presidente Ben Bernanke, atteso in serata. Parlerà all’Università del Michigan e parlerà sicuramente della politica monetaria della Fed che vuole colpire alla radice la crisi finanziaria.

L’economia americana in toto sta per affrontare un periodo molto difficile e quindi ci saranno da monitorare in modo privilegiato ed attento, le mosse delle varie banche centrali che hanno un impatto decisivo sui mercati.

► Fed indecisa sul riacquisto dei bond. I mercati reagiscono male

Per quanto riguarda l’euro, invece, saranno determinanti per l’andamento della nostra moneta unica, la pubblicazione dell’indice dei prezzi all’ingrosso della Germania e l’andamento della produzione industriale in Italia e nell’Eurozona.

Il primo indicatore misura la variazione dei prezzi per i fornitori all’ingrosso e può anticipare in quale modo l’andamento dei prezzi al consumo. Per il momento si prevede un indice positivo, al di sopra delle aspettative degli analisti.

Per quanto riguarda la produzione industriale, italiana ed europea, siamo in un momento di recessione ma secondo gli analisti s’intravede un miglioramento all’orizzonte.

Paesi in crescita nel 2013

 La classifica stilata dall’Economist Intelligence Unit (EIU) – società indipendente che fa capo al gruppo dell’Economist –  riserva delle grandi novità: in questo 2013 il paese che crescerà di più in assoluto è Macao, piccola regione sotto il controllo amministrativo della Cina, che, grazie alla legalizzazione del gioco d’azzardo, vedrà una crescita del Prodotto Interno Lordo pari al 14%.

Anche le altre posizioni della classifica sono riservate a paesi lontani dal vecchio continente. Al secondo posto c’è, infatti, la Mongolia – la cui economia sarà spinta dallo sfruttamento dei giacimenti di rame e oro – seguita dalla Libia, sulla scorta del cambio ai vertici del governo.

A seguire troviamo Gambia, l’Angola e Bhutan e, solo al settimo posto, la Cina, il cui PIL crescerà dell’8%.

Una classifica a parte è stata fatta per l’Europa. Il Vecchio Continente soffre e i suoi paesi non hanno buone prospettive. La Grecia sarà il paese che dovrà affrontare le maggiori difficoltà, e con lei anche la Spagna e il Portogallo. Ma alla fine di tutto c’è anche una buona notizia: l’Italia, con tutti i suoi problemi, potrebbe avere un anno migliore di quello dell’Olanda.

E gli Stati Uniti? Nessun posto in classifica per la federazione di Obama. Il Fiscal Cliff è stato evitato, ma la situazione rimane in stallo.

Altri guai per Obama: le compagnie assicurative aumentano i prezzi

 Non c’è pace per Barack Obama. Risolto, anche se solo temporaneamente, il problema del Fiscal Cliff, il presidente americano si trova alle prese con un altro problema non da poco, quello della sanità.

Sono molte le compagnie assicurative che, in attesa che nel 2014 entri definitivamente in vigore la riforma della sanità voluta dal presidente, stanno applicando dei prezzi particolarmente alti a chi deve comperare una polizza sanitaria, a discapito, ovviamente, delle fasce più deboli. E’ il New York Timesa gridare allo scandalo.La riforma Obama-care è stata varata nel 2010 (anche in quel caso si trattò di un compromesso strappato da Obama al Congresso all’ultimo minuto) ma entrerà definitivamente in vigore solo nel 2014 e nel frattempo le compagnie assicurative private ne approfittano per aumentare i loro margini di guadagno. Secondo il N.Y Times i rincari si aggirano tra il 20 e il 30%, un balzo pesantissimo per chi deve acquistare una singola polizza o per quelle aziende che devono farlo per un numero ridotto di dipendenti.Secondo il quotidiano la situazione non è destinata a migliorare neanche il prossimo anno, perché la riforma ha una grande lacuna: sono i singoli stati a poter decidere fino a che punto far arrivare i rialzi, non esistendo una legge federale comune. 

 

Fiscal cliff: perché non basta?

 L’accordo sul bilancio dell’America è stato finalmente raggiunto ma l’economia americana, pur essendosi allontanata dal precipizio, adesso, non trova sufficiente le misure previste in questo documento tampone. A bocciare il contenuto di questo accordo è il FMI stesso.

Per l’America, dicono gli analisti, si sta prefigurando un periodo di crisi molto simile a quello che ha attraversato l’Europa che invece adesso sembra arrivata alla fine del percorso di espiazione dei demeriti finanziariL’Economist fa un parallelo tra l’America e l’Europa ma la domanda giusta è: perché questo accordo non è sufficiente? Soltanto risolvendo questo quesito si possono trovare la basi per la ripartenza americana.

L’accordo non basta perché è temporaneo e questo comporta che siano stati posticipati tutti i problemi seri. Nel breve termine, consideriamo anche due mesi, il compromesso che i Repubblicani e i Democratici hanno preso davanti al Congresso, potrebbe venire meno.

Tutti si sono concentrati molto sugli scambi: cosa concedere alla controparte per ottenere qualcosa che si era messo nel proprio programma, mentre è stato perso di vista l’obiettivo comune che è mettere sotto la campana di vetro della sicurezza, il sistema fiscale americano.

Nonostante la versione un po’ romanzata dell’accaduto, le perplessità restano e possono incidere sul sentiment degli investitori e quindi sui mercati.

Fiscal cliff: ma esiste una soluzione?

 L’accordo sul fiscal cliff ha tenuto con il fiato sospeso l’America e il resto del mondo perchè è stato un momento molto delicato per l’America. Alla fine Barack Obama è riuscito a strappare la firma del documento al Congresso ma adesso ci si chiede se sia davvero stato fatto tutto.

La risposta è chiaramente negativa perché la firma sul fiscal cliff mette soltanto una pezza alla situazione finanziaria degli States ma, come spiegano tanti economisti, non risolve i problemi strutturali dell’America. L’Economist teme che la situazione americana diventi molto simile a quella europea.

Anzi, la rivista economica americana titola proprio L’America diventa Europea per sottolineare le analogie nella gestione della crisi tra America ed Europa: tanto nel Vecchio Continente prima, quanto negli States adesso, le questioni più urgenti da risolvere sono state posticipate.

Molti, soprattutto gli investitori che dislocano i risparmi in base al sentimento riservato a determinati paesi, si chiedono quindi se si può nutrire ancora fiducia negli Stati Uniti e se la soluzione della crisi è davvero possibile.

Fortunatamente in America non si deve affrontare la crisi del debito, ma bisogna intervenire per riequilibrare il rapporto tra gettito fiscale e spese, con un riferimento ad hoc per la sanità. La soluzione ci sarà soltanto se la politica riuscirà a prendere il toro della crisi per le corna.

 

 

Come i ricchi hanno aggirato il Fiscal Cliff

 

La vittoria, ancora parziale, del programma di Obama per evitare il Fiscal Cliff è stata funestata dalla notizia che, proprio coloro che hanno parlato di un aumento delle tasse per i ricchi, hanno trovato la soluzione per non farsi decurtare lo stipendio del 2013.
Il primo tra tutti a riuscire nell’impresa è stato Llyod Blankfein, amministratore delegato di Goldman Sachs. Blankfein, che è alla guida di una delle banche americane che ha reagito meglio alla crisi, a novembre dichiarava che la soluzione migliore per evitare il Fiscla Cliff era quella di aumentare le tasse ai ricchi. Senza precisare, però, che nell’elenco dei ricchi da tassare il suo nome non doveva comparire e neanche quello dei top manager della sua banca.

Infatti, Blankfein, è ricorso ad uno stratagemma, peraltro piuttosto semplice, per evitare che i bonus del 2012 finissero nella contabilità del 2013, anno in cui scatta l’aumento delle aliquote sui dividendi e sui patrimoni oltre i 400 mila dollari: i bonus sono stati distribuiti a dicembre, e non come al solito a gennaio, per un totale di 65 milioni di dollari che sfuggiranno alla nuova tassazione.

Con lui anche molti altri: 483 società hanno fatto ricorso alla cedola straordinaria per dicembre (lo scorso anno sono state 147) e molte altre hanno annunciato dividendi straordinari nel corso del 2012 (1.056 dividendi straordinari contro i 460 del 2011)

 

 

Milano male dopo i dubbi sull’accordo per il Fiscal Cliff

 Dopo i brindisi di ieri le Borse tirano il freno e chiudono con il segno meno. L’euforia per il raggiungimento dell’accorso sul Fiscal Cliff è durato poco. Diversi economisti e le agenzie di rating Standard & Poors e Moody’s hanno affermato che l’accordo non è sufficiente e i problemi per il futuro degli Stati Uniti e del suo debito sono ancora presenti.

Anche il Fondo Monetario Internazionale ha lanciato l’allarme sull’accordo raggiunto diminuendo l’euforia che c’era ieri. Per l’Fmi c’è ancora molto da fare e la ripresa economica negli Stati Uniti è ancora debole.

A Milano titoli bancari scendono dopo l’impennata di ieri, dove alcuni sono arrivati anche al +5%. Mps -0,17%, Bper -0,90%, Ubi Banca -0,11% e Intesa SanPaolo -0,15%. Segno più per Banca Popolare di Milano +0,56%, giù Banco Popolare e Unicredit +0,10%.

Negative anche Enel -0,86%, A2A -1,41% e Ansaldo -1,18%. Segno più invece per Finmeccanica +1,20%, Impregilo +2,44%, Lottomatica +1,25% e Pirelli +1,01%. Fiat aumenta dello 0,5% ed è sotto osservazione dopo i dati sulle vendite della Fiat 500 negli Stati Uniti che hanno fatto registrare un aumento del 121%.

Lo Spread, e cioè il differenziale tra i titoli di Italia e Germania a 10 anni arriva a 288 punti base dopo che ieri era sceso a 283 punti.

 

Futuro: dopo il fiscal cliff

 L’accordo sul fiscal cliff ha tenuto con il fiato sospeso l’America e quando finalmente il nodo è stato sciolto con un accordo last minute al Congresso, le borse di tutto il mondo hanno innalzato gli indici brindando al new deal di Obama.  Chi si occupa di opzioni binarie e alla fine dell’anno scorso aveva puntato tutto sul “salvataggio” americano, ha avuto modo di raccogliere i frutti dei buoni investimenti.

Adesso, però, affinché si moltiplichino i rendimenti, è bene provare ad allargare il proprio orizzonte, andando oltre il rilassamento seguito alle tensioni accumulate dal Senato e dal Congresso americani in generale. Lo stesso Obama, esortando la Camera ad approvare il testo validato dal senato, ha spiegato che l’accordo è la cosa giusta da fare ma non risolverà i problemi evidenziati dal fiscal cliff.

La direzione intrapresa dalla Casa Bianca, però, sembra essere quella giusta. Il primo problema urgente da mettere in agenda è sicuramente quello dei tagli alla spesa pubblica. L’accordo, infatti, ha sicuramente evitato che la crescita dell’economia americana si bloccasse prematuramente ma non è riuscita a risolvere le carenze strutturali e finanziare del paese.

Per questo tanti economisti sono concordi del ritenere che l’America affronterà una nuova crisi nel breve periodo. Per il momento, dunque, l’unico dato positivo in tutta la questione resta l’entusiasmo delle borse.

Fmi: “Accordo su Fiscal Cliff insufficiente”

Qualcuno ha cantato vittoria troppo presto. Le Borse hanno festeggiato con un’ottima chiusura dopo l’accordo raggiunto sul Fiscal Cliff tra Repubblicani e Democratici negli Usa, ma il Fondo Monetario Internazionale ha rovinato la festa a tutti: l’intesa non basta a ripianare i conti.

L’America, dunque, sembrava aver evitato il precipizio fiscale e la tempesta economica, raggiungendo alla Camera dei Rappresentanti l’accordo per scongiurare la crisi. L’Istituto diretto da Christine Lagarde, però, è lapidario. L’intesa non garantirà a lungo termine la salute dei conti pubblici d’America.

Per il Fondo Monetario Internazionale, dunque, c’è ancora molta strada da percorrere se si vogliono riportare in vita le finanze pubbliche statunitensi. La ripresa stenterà a decollare e “Non va danneggiata”, come sottolinea il portavoce dell’Istituto Gerry Rice.

Certo è che il Fiscal Cliff servirà a riportarsi sulla strada giusta, inquadrando nel breve periodo le condizioni del debito e quelle del deficit.

Le strategie da adottare sono ancora tante, anche perché il rischio è quello di un crollo del rating, il cui rischio è ancora alto. A sottolinearlo è un portavoce dell’Agenzia di Rating Moody’s.

Tutto da rifare? No, ma molto da rivedere e tanto da aggiungere.