La riflessione non è autografa ma la apprendiamo da Internazionale che grazie ad articolo del giornalista Oliver Burkeman riesce a spiegare come sia più facile e più remunerativo fingere di lavorare che ammazzarsi di lavoro. E c’è anche il riferimento all’Italia. 

Questo giornalista parte da una considerazione terminologica, quella sul termine inglese di fudgelling che risale al settecento e indica l’attività di “fingere di lavorare mentre non si sta facendo nulla”. Una pratica che naturalmente è valida nei lavori d’ufficio ma non si può generalizzare a tutti i settori.

Quanto riesce a far guadagnare l’inglese in busta paga?

Restando nell’ambito impiegatizio, non è un caso che il riferimento per l’Italia sia la giacca civetta di Fantozzi usata da questo ragioniere per dimostrare di essere a lavoro fino a tardi mentre è in pausa da una vita. Un cliché che può anche far ridere ma è stato oggetto di una ricerca scientifica condotta da Erin Reid.

Questa ricercatrice ha lavorato in una società di consulenza negli States, una di quelle società che ai suoi dipendenti richiede non una prestazione d’opera ma l’abnegazione più totale, fino ad imporre di rispondere alle email di lavoro in piena notte. In questa società ci sono persone che sopravvivono e senza ammazzarsi di lavoro perché negli anni hanno perfezionato la tecnica della finzione e quindi il 31% degli uomini e l’11% delle donne oggi sa dare l’impressione di ammazzarsi di lavoro senza fare assolutamente nulla.

Il sistema funziona anche se le energie spese nella finzione sono considerevoli. Eppure a livello economico e professionale si hanno maggiori vantaggi nel fingere di lavorare che nel chiedere una riduzione degli orari di lavoro.

L’unica soluzione per uscire dal tunnel sembra essere quella di invitare i datori di lavoro ad una maggiore consapevolezza della situazione, garantendo turni e orari più concilianti, sapendo che il risultato sarà il medesimo in termini di produttività.

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