Deludono molto le statistiche sui tirocini, soprattutto se confrontate all’apporto (mancato) del Jobs Act. Durante gli ultimi cinque anni la percentuale di trasformazione in contratti veri e propri non ha mai oltrepassato il 12%, neanche nei periodi di crescita esponenziale di questo strumento creato per indirizzare la formazione dei giovani verso il mercato del lavoro.


Così l’Adapt:

Si è passati dai 67.150 tirocini extra-curricolari (cioè svolti al di fuori dei percorsi universitari) del 2010 ai 114.879 del 2015, ma il transito verso il contratto a tempo indeterminato è rimasto comunque inchiodato all’11,8 per cento. E il dato è riferito ai tirocini di durata massima – fino a ventiquattro mesi – mentre per quelli più brevi il tasso di trasformazione è ancora più basso. Numeri che propongono un dilemma retorico: o il 90% dei giovani italiani è composto da persone assolutamente incapaci, oppure qualcosa non funziona nel sistema di vasi comunicanti tra le giovani generazioni e il mondo lavorativo. Incrociando, peraltro, gli andamenti statistici con l’evoluzione della recessione e con il dispiegarsi dei vari interventi normativi (dalla legge Fornero al Jobs Act, da Garanzia giovani alla decontribuzione sulle assunzioni), si evince come a guidare le scelte delle aziende siano le opportunità di risparmio sul costo del lavoro piuttosto che l’idea di formare e poi assumere giovani. Un rapporto di tirocinio, ricordiamolo, ha un costo che varia dai 400 ai 500 euro mensili.

Mosse opportunistiche da parte degli imprenditori confermate dai numeri sull’apprendistato, l’altro strumento votato allo sbarco delle giovani generazioni nel mondo del lavoro: ebbene, mentre si è registrato un calo sostanzioso in coincidenza di incentivi molto forti sui contratti a tempo indeterminato, la corsa dell’apprendistato è ripresa impetuosa non appena la decontribuzione sulle assunzioni è stata ridimensionata.

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