Occorrono studi aggiornati per capire quali siano i lavori più a rischio con l’arrivo dell’Intelligenza Artificiale. L’avvento dell’intelligenza artificiale sta ridisegnando i confini del mercato occupazionale continentale, come emerge dal recente studio firmato da OpenAI Economic Research.

Cosa sappiamo sui lavori più a rischio con l’arrivo dell’Intelligenza Artificiale
Attraverso l’analisi di oltre duemilaseicento professioni nei ventisette Stati membri dell’Unione Europea, la ricerca delinea uno scenario complesso in cui l’automazione non si tradurrà necessariamente in disoccupazione di massa, ma imporrà una profonda metamorfosi delle competenze. L’impatto della tecnologia è stato stimato incrociando l’effettiva capacità algoritmica di eseguire determinati compiti con l’indispensabilità del fattore umano, legata a vincoli normativi, relazioni di fiducia o necessità di presenza fisica.
Da questa mappatura emergono quattro grandi raggruppamenti professionali. Il primo include i ruoli protetti dalla componente empatica e fisica, come l’insegnamento scolastico o l’assistenza sociale, che subiranno mutamenti marginali. Il secondo blocco comprende i settori destinati a espandersi, dove l’abbassamento dei costi operativi stimolerà una nuova domanda, come nel caso dello sviluppo software e della consulenza energetica.
Una terza area vedrà una radicale riorganizzazione: figure come avvocati, commercialisti e infermieri manterranno la propria centralità ma useranno l’IA per delegare le mansioni burocratiche. Infine, il comparto più vulnerabile racchiude le attività ripetitive e standardizzate, dall’inserimento dati al servizio clienti, fortemente esposte alla sostituzione.
In questo panorama, la situazione dell’Italia appare particolarmente delicata e distante dalle medie continentali. Ben il sedici per cento della forza lavoro nazionale è impiegato nelle professioni ad alto rischio di automazione, una percentuale che colloca il Paese tra i più vulnerabili d’Europa, superato solo da Germania e Grecia.
Al contempo, appena un decimo dei lavoratori italiani si trova in settori che beneficeranno di un incremento della domanda trainato dall’innovazione tecnologica, a differenza di realtà come il Lussemburgo o la Svezia, dove le prospettive di crescita sono sensibilmente maggiori. Il resto dell’occupazione italiana si divide tra un ventiquattro per cento di ruoli destinati alla ristrutturazione interna e un cinquantuno per cento di impieghi temporaneamente stabili.
Il rapporto evidenzia però che una maggiore efficienza non coincide matematicamente con il declino occupazionale. Nei mercati elastici, la riduzione dei prezzi legata all’IA può moltiplicare i consumatori e generare nuove assunzioni. Questo meccanismo virtuoso funzionerà soprattutto nei comparti digitali e flessibili, mentre risulterà inefficace nei servizi pubblici, nella sanità e nell’istruzione, dove i volumi richiesti sono strutturalmente limitati da fattori demografici e istituzionali, rendendo questi dati una bussola fondamentale per l’orientamento formativo delle nuove generazioni.